| Metropolis (1981) 31'55" |
I testi e le musiche sono di Francesco Guccini, con cui ha collaborato Giampiero Alloisio per "Venezia" e "Milano (Poveri bimbi di)". Alla batteria ha suonato Giovanni Pezzoli; Tiziano Barbieri al basso; Paolo Gianoglio, Jimmy Villotti, Juan Carlos Biondini e Francesco Guccini alle chitarre; Vince Tempera, Fio Zanotti e Luciano Stella alle tastiere; Gianpiero Lucchini ai flauti e altro; Enzo Felicitati alla tromba; Giancarlo Ferri al violino; Andy J Forest all'armonica. Deborah Kooperman ha suonato il banjo.
Bisanzio [5'14"]
Venezia [4'06"]
Antenòr [5'19"]
Bologna [4'41"]
Lager [3'46"]
Black-out [3'56"]
Milano (Poveri bimbi di) [4'53"]
Bisanzio Venezia Antenòr Bologna Lager
Anche questa sera la luna è sorta affogata in un colore troppo rosso e vago.
Vespero non si vede, si è offuscata, la punta dello stilo si è spezzata.
Che oroscopo sai trarre questa sera, Mago?
Io, Filemazio, protomedico matematico astronomo, forse saggio.
Ridotto come un cieco a brancicare attorno, non ho la conoscenza,
od il coraggio per fare quest'oroscopo, per divinar responso,
e resto qui a aspettare che ritorni giorno e devo dire, devo dire
che sono forse troppo vecchio per capire,
che ho perso la mia mente in chissà quale abuso, od ozio,
ma stan mutando gli astri nelle notti d'equinozio.
O forse io, forse io, ho sottovalutato questo nuovo dio,
ma vedo in me e nei segni che qualcosa sta cambiando,
ma è un debole presagio che non dice come e quando.
Me ne andavo l'altra sera quasi inconsciamente
giù al porto Bosphoreion, là dove si perde
la terra dentro al mare fino quasi al niente
e poi ritorna terra e non è più occidente.
Che importa a questo mare essere azzurro o verde?
Sentivo i canti osceni degli avvinazzati,
di gente dallo sguardo pitturato e vuoto,
ippodromo, bordello, e nordici soldati...
Romani e Greci urlate, dove siete andati?
Sentivo bestemmiare in Alamanno e in Goto...
Città assurda, città strana, di quest'imperatore sposo di puttana,
di plebi smisurate, labirinti ed empietà
di barbari che forse sanno già la verità.
Di filosofi, e di etere, sospesa tra due mondi, e tra due ere.
Fortuna e età han deciso per un giorno non lontano,
poi il fato chiederebbe che scegliesse la mia mano, ma...
Bisanzio è forse solo un simbolo insondabile, segreto e ambiguo, come questa vita.
Bisanzio è un mito che non mi è consueto, Bisanzio è un sogno che si fa incompleto.
Bisanzio forse non è mai esistita, e ancora ignoro, e un'altra notte è andata.
Lucifero è già sorta, e si alza un po' di vento, c'è freddo sulla torre, o è l'età mia malata,
confondo vita e morte, non so chi è passata, mi copro col mantello il capo e più non sento,
e mi addormento, mi addormento, mi addormento.
Venezia che muore, Venezia appoggiata sul mare,
la dolce ossessione degli ultimi suoi giorni tristi, Venezia la vende ai turisti
che cercano in mezzo alla gente l'Europa o l'Oriente,
che guardano alzarsi alla sera il fumo o la rabbia di Porto Marghera.
Stefania era bella, Stefania non stava mai male,
ma è morta di parto gridando in un letto sudato di un grande ospedale.
Aveva vent'anni, un marito, e l'anello nel dito;
mi han detto confusi i parenti che quasi il respiro inciampava nei denti.
Venezia è un albergo, San Marco è senz'altro anche il nome di una pizzeria,
la gondola costa, la gondola è solo un bel giro di giostra.
Stefania d'estate giocava con me nelle vuote domeniche d'ozio.
Mia madre parlava, sua madre vendeva Venezia in negozio.
Venezia è anche un sogno, di quelli che puoi comperare,
però non ti puoi risvegliare con l'acqua alla gola, e un dolore al livello del mare.
Il Doge ha cambiato di casa, e per mille finestre c'è solo
il vagito di un bimbo che è nato, c'è solo la sirena di Mestre.
Stefania affondando, Stefania ha lasciato qualcosa:
Novella Duemila e una rosa sul suo comodino, Stefania ha lasciato un bambino.
Non so se ai parenti gli ha fatto davvero del male, vederla morire ammazzata,
morire da sola in un grande ospedale.
Venezia è un imbroglio che riempie la testa soltanto di fatalità,
del resto del mondo non sai più una sega, Venezia è la gente che se ne frega.
Stefania è un bambino, comprare o smerciare Venezia sarà il suo destino,
può darsi che un giorno saremo contenti di esserne solo lontani parenti.
Si chiamava Antenòr e niente, si chiamava Antenòr e basta
perché per certa gente non importa grado o casta,
importa come vivi, ma forse neanche quello,
importa se sai usare bene il laccio od il coltello.
Antenòr uscì di casa, uscì di casa quella sera,
garrivano i suoi pensieri come fossero bandiera,
ma gli occhi erano fessura, e il viso tirato a brutto,
come all'età in cui credi d'aver fatto quasi tutto.
Un cavallo nitrì, ma quando? Una donna rise, ma dove?
La luna uno scudo bianco, un carro le stanghe in alto,
chitarra ozio parole, chitarra ozio parole,
la pampa un ricordo stanco, un mare quell'erba nera,
può darsi fosse romantico, ma lui non lo sapeva.
Quella donna rideva ad ore, quella luna solo uno sputo,
e per quel cavallo non avrebbe speso anche un minuto.
è difficile far rumore, sulle cose che ci hai ogni giorno:
le tue braghe, il tuo sudore, e l'odore che porti attorno.
La cantina era quasi vuota, scarsa d'uomini e d'allegria,
se straniero l'avresti detta quasi piena di nostalgia,
nostalgia ma di che cosa, d'un oceano mai guardato,
d'una Europa mai sentita, d'un linguaggio mai parlato?
Antenòr chiese da bere, e scambiò qualche saluto;
calmo e serio danzò tutto il rituale ormai saputo,
uomo e uguale coi suoi pari, quasi pari con gli anziani,
come breve quella sera, come lunghi i suoi domani.
Proprio allora qualcuno entrando nella luce da dentro al buio
lo insultò appena sussurrando, ma sembrava che stesse urlando,
come per uno schiaffo, come per uno sputo,
Antenòr lo guardò sorpreso, lo studiò e non lo conosceva
e il motivo restò sospeso, fra la gente ferma in attesa,
e lui non lo sapeva, e lui non lo sapeva.
Poi sentì di una donna il nome, già scordato o non conosciuto,
quante volte per altri è vita quello che per noi è un minuto;
guardò gli uomini per cercare occhi, dialogo, spiegazione,
ma se non trovò condanne non trovò un'assoluzione.
Antenòr uscì di fuori bilanciando il suo coltello
per danzare malvolentieri passi e ritmi del duello:
una donna non ricordata ed un uomo mai visto prima
lo legavano tra loro come versi con la rima.
Fintò basso e scartò di lato, quanti sguardi sentì sul viso,
si sentì migliore e stanco, si sentì come un sorriso.
Che serata tutta al contrario, proprio niente da ricordare,
puntò il ferro contro il viso, vide il sangue zampillare.
Tutto quanto era stato un lampo: Antenòr respirava forte,
fece il gesto di offrir la mano, guardò l'altro e capì pian piano
che tutto era stato invano, che l'altro cercava morte,
e capì che doveva farlo, farlo in fretta perché non c'era
un motivo per ammazzarlo. L'altro cadde e non rispondeva,
e lui non lo sapeva, e lui non lo sapeva.
Antenòr lo guardò cadere, sentì dire: "La colpa è mia",
sentì dire: "è stato un uomo", sentì dire: "Fuggi via!"
La giustizia disse bandito, ma un poeta gli avrebbe detto
che era come l'Ebreo errante, come il Batavo maledetto.
Quante volte ci è capitato di trovarci di fronte a un muro,
quante volte abbiam picchiato, quante volte subìto duro,
quante cose nate per sbaglio, quanti sbagli nati per caso,
quante volte l'orizzonte non va oltre il nostro naso.
Quante volte ci sembra piana mentre sotto gioca d'azzardo
questa vita che ci birilla come bocce da biliardo,
questa cosa che non sappiamo, questo conto senza gli osti,
questo gioco da giocare fino in fondo a tutti i costi.
Bologna è una vecchia signora dai fianchi un po' molli,
col seno sul piano padano ed il culo sui colli.
Bologna arrogante e papale, Bologna la rossa e fetale,
Bologna la grassa e l'umana, già un poco Romagna e in odor di Toscana.
Bologna per me provinciale Parigi minore,
mercati all'aperto, bistrots, della "rive gauche" l'odore,
con Sartre che pontificava, Baudelaire fra l'assenzio cantava
ed io, modenese volgare, a sudarmi un amore, fosse pure ancillare.
Però che bohème confortevole, giocata fra casa e osterie,
quando a ogni bicchiere rimbalzano le filosofie.
Oh, quanto eravamo poetici, ma senza pudore o paura
e i vecchi "imbariaghi" sembravano la letteratura.
Oh, quanto eravam tutti artistici, ma senza pudore o vergogna,
cullati fra i portici-cosce di mamma Bologna.
Bologna è una donna emiliana di zigomo forte,
Bologna capace d'amore, capace di morte,
che sa quel che conta e che vale, che sa dov'è il sugo del sale,
che calcola il giusto la vita, e che sa stare in piedi per quanto colpita.
Bologna è una ricca signora che fu contadina,
benessere, ville, gioielli e salami in vetrina,
che sa che l'odor di miseria da mandare giù è cosa seria
e vuole sentirsi sicura con quello che ha addosso, perché sa la paura.
Lo sprechi il tuo odor di benessere però con lo strano binomio
dei morti per sogni davanti al tuo Santo Petronio
e i tuoi bolognesi, se esistono, ci sono od ormai si son persi,
confusi e legati a migliaia di mondi diversi?
ma quante parole ti cantano, cullando i cliché della gente
cantando canzoni che è come cantare di niente.
Bologna è una strana signora, volgare e matrona,
Bologna bambina per bene, Bologna busona,
Bologna ombelico di tutto, mi spingi a un singhiozzo e ad un rutto,
rimorso per quel che m'hai dato, che è quasi ricordo, e in odor di passato.
Cos'è un lager?
è una cosa nata in tempi tristi, dove dopo passano i turisti,
occhi increduli agli orrori visti (non gettar la pelle del salame!)
Cos'è un lager?
è una cosa come un monumento, e il ricordo assieme agli anni è spento,
non ce n'è mai stati, solo in quel momento, l'uomo in fondo è buono, meno il nazi infame!
Ma ce n'è, ma c'è chi li ha veduti, o son balle di sopravvissuti?
Illegali i testimoni muti, non si facciano nemmen parlare!
Cos'è un lager?
Sono mille e mille occhiaie vuote, sono mani magre abbarbicate ai fili,
son baracche e uffici, orari, timbri, ruote, son routine e risa dietro a dei fucili,
sono la paura l'unica emozione, sono angoscia d'anni dove il niente è tutto,
sono una pazzia ed un'allucinazione che la nostra noia sembra quasi un rutto,
sono il lato buio della nostra mente, sono un qualchecosa da dimenticare,
sono eternità di risa di demente, sono un manifesto che si può firmare.
è un lager.
Cos'è un lager?
Il fenomeno ci fu. è finito! Li commemoriamo, il resto è un mito!
L'hanno confermato ieri, giù al partito, chi lo afferma è un qualunquista cane.
Cos'è un lager?
è una cosa sporca, cosa dei padroni, cosa vergognosa di certe nazioni,
noi ammazziamo solo per motivi buoni. Quando sono buoni? Sta a noi giudicare.
Cos'è un lager?
è una fede certa e salverà la gente, l'utopia che un giorno si farà presente,
millenaria idea, gran purga d'occidente, chi si oppone è un giuda e lo dovrai schiacciare.
Cos'è un lager?
Son recinti e stalli di animali strani, gambe che per anni fan gli stessi passi,
esseri diversi, scarsamente umani, cosa fra le cose, l'erba, i mitra, i sassi,
l'ironia per quella che chiamiam ragione, sbagli ammessi solo sempre troppo dopo,
prima sventolanti giustificazione, una causa santa, un luminoso scopo,
sono la curiosa prassi del terrore, sempre per qualcosa, sempre per la pace,
sono un posto in cui spesso la gente muore, sono un posto in cui, peggio, la gente nasce.
è un lager.
Cos'è un lager?
è una cosa stata e cosa che sarà, può essere in un ghetto, fabbrica, città,
contro queste cose o chi non lo vorrà, contro chi va contro o le difenderà,
prima per chi perde e poi chi vincerà, uno ne finisce ed uno sorgerà,
sempre per il bene dell'umanità, chi fra voi kapò, chi vittima sarà
in un lager?