| Signora Bovary (1987) 38'02" |
Tutte le canzoni sono di Francesco Guccini: Juan Carlos Biondini ha collaborato alla stesura di "Scirocco", C. Lolli a "Keaton".
Scirocco [5'40"]
Signora Bovary [4'36"]
Van Loon [5'44"]
Culodritto [2'39"]
Keaton [10'12"]
Le piogge d'aprile [3'51"]
Canzone di notte N.3 [5'20"]
Signora Bovary
Ma che cosa c'è in fondo a questa notte, quando l'ora del lupo guaisce
Telecomandi per i quotidiani inferni, battute argute di architetti postmoderni, Van Loon Culodritto Keaton
Ma che cosa c'è in fondo a quest'oggi di mezza festa e di quasi male,
di coppie che passano sfilacciate come garze stese contro il secco cielo autunnale,
di gente che si frantuma in un fiato senza soffrire, senza capire,
e i tuoi pensieri sono solo uno iato tra addormentarsi e morire.
e il nuovo giorno non arriva mai, mai, e il buio è un fischio lontano che non finisce,
di minuti lunghi come il sudore, di ore che tagliano come falci
e i tuoi pensieri solo un cane in chiesa che tutti prendono a calci.
Ma cosa c'è, cosa c'è? Atrii a piastrelle di stazioni secondarie,
strade più strade di avventure solitarie, clown della notte, valigie vuote,
piene di trucchi per tragedie immaginarie.
amanti andate, piaceri a rate, pallottolieri per contare estati e inverni.
Ma che cosa c'è proprio in fondo in fondo, quando bene o male faremo due conti,
e i giorni goccioleranno come i rubinetti nel buio
e diremo "Un momento, aspetti..." per non esser mai pronti;
signora Bovary, coraggio pure, tra gli assassini e gli avventurieri,
in fondo a quest'oggi c'è ancora la notte,
in fondo alla notte c'è ancora, c'è ancora...
Van Loon, uomo destinato direi da sempre ad un lavoro più forte
che le sue spalle o la sua intelligenza non volevano sopportare
sembrò quasi baciato da una buona sorte quando dovette andare;
sembra però che non sia mai entrato nella storia, ma sono cose che si sanno sempre dopo,
d'altra parte nessuno ha mai chiesto di scegliere neanche all'aquila o al topo;
poi un certo giorno timbra tutto un avvenire od una guerra spacca come una sassata...
Ma ho visto a volte che anche un topo sa ruggire ed anche un'aquila precipitata.
Quanti anni, giorno per giorno, dobbiamo vivere con uno
per capire cosa gli nasca in testa o cosa voglia o chi è,
turisti del vuoto, esploratori di nessuno che non sia io o me;
Van Loon viveva e io lo credevo morto o (peggio) inutile, solo per la distanza
fra i suoi miti diversi e la mia giovinezza e superbia d'allora, la mia ignoranza;
che ne sapevo quanto avesse navigato con il coraggio di un Caboto fra le schiume
di ogni suo giorno, e che uno squalo è diventato, giorno per giorno, pesce di fiume.
Van Loon, Van Loon, che cosa porti dentro, quando tace la mente e la stagione si dà pace?
Insegui un'ombra o quella stessa pace l'hai in te?
Vorrei sapere che cosa vedi quando guardi attorno, lontani panorami o questo giorno
è già abbastanza, è come un nuovo dono per te?
Van Loon, Van Loon, a cosa pensi in questo settembrino,
nebbieggiare alto che macchia l'Appennino, ora che hai tanto tempo per pensare, ma a chi?
Vai, vecchio, vai, non temere, che avrà una sua ragione
ognuno, ed una giustificazione, anche se quale non sapremo mai, mai!
Ora Van Loon si sta preparando piano al suo ultimo viaggio:
i bagagli già pronti da tempo, come ogni uomo prudente,
o meglio, il bagaglio, quello consueto di un semplice o un saggio,
cioè poco o niente, e andrà davvero in un suo luogo o una sua storia,
con tutti i libri che la vita gli ha proibito, con vecchi amici di cui ha perso la memoria,
con l'infinito, dove anche su quei monti nostri è sempre estate,
ma se uno vuole quell'inverno senza affanni che scricchiolava in gelo sotto le chiodate
scarpe di un tempo, dei suoi diciott'anni.
Ma come vorrei avere i tuoi occhi, spalancati sul mondo come carte assorbenti
e le tue risate pulite e piene, quasi senza rimorsi o pentimenti,
ma come vorrei avere da guardare ancora tutto come i libri da sfogliare
e avere ancora tutto, o quasi tutto, da provare.
Culodritto, che vai via sicura, trasformando dal vivo cromosomi corsari,
di longobardi, di celti e romani dell'antica pianura, di montanari,
reginetta dei telecomandi, di gnosi assolute che asserisci e domandi,
di sospetto e di fede nel mondo curioso dei grandi, anche se non avrai
le mie risse terrose di campi, cortili e di strade, e non saprai
che sapore ha il sapore dell'uva rubato a un filare, presto ti accorgerai
com'è facile farsi un'inutile software di scienza e vedrai
che confuso problema è adoprare la propria esperienza;
Culodritto, cosa vuoi che ti dica? Solo che costa sempre fatica
e che il vivere è sempre quello, ma è storia antica.
Culodritto, dammi ancora la mano,
anche se quello stringerla è solo un pretesto
per sentire quella tua fiducia totale che nessuno mi ha dato, o mi ha mai chiesto;
vola, vola tu, dove io vorrei volare, verso un mondo dove è ancora tutto da fare
e dove è ancora tutto, o quasi tutto,
vola, vola tu, dove io vorrei volare, verso un mondo dove è ancora tutto da fare
e dove è ancora tutto, o quasi tutto, da sbagliare.
Lo chiamavamo Keaton quel pianista, naturalmente perché non sorrideva mai,
mentre noi ci ammazzavamo di risate
a vederlo là come un parafulmine, dritto contro un cielo di guai;
guai di tasche a violoncello, guai d'amore, guai da vita distratta e disperata
che ricamavano dentro al suo stupore una tela affascinante, ma un po' troppo delicata.
Keaton si presentò come un jazzista, appassionato e puro, in stile Rete Tre,
coi pregiudizi di chi si sente artista perché non faceva soldi, lui, con le canzoni, come me,
ma non mi accompagnava poi malvolentieri, eravamo due grandi acrobati della malinconia
e poi, poi dobbiamo farne di mestieri, noi che viviamo della nostra fantasia.
Parlavamo poi molto in quelle sere, in qualche bar, dopo il concerto, insonni e morti,
di politica, ciclismo, storie vere e di come i weather report eran forti
e di come era importante fra la gente non essere solo musica e parole
e di come era importante che la gente non fosse una massa di persone sole.
Ah, Keaton, Keaton, che fine hai fatto, Keaton?
Sei poi andato in malora, Keaton? Lo sai che ti sto venendo a cercare?
Keaton, ah, Keaton, perché stanotte, Keaton, proprio stanotte, Keaton,
avrei bisogno di sentirti suonare.
Si illuminava poi come di colpo lungo l'effimero consueto di una sera,
si illuminava di una gioia grande quando si avvicinava a una tastiera,
e preferiva quelle un poco usate, quelle in cui tutti mettono le mani,
quelle ingiallite dal tempo, un po' scordate dall'ignoranza e dalla passione degli umani.
E poi una volta abbiamo litigato per una donna prima sua e poi mia,
lui coi suoi guai, io col mio quasi peccato, sconfitti entrambi dalla gran malinconia;
ci siamo persi quasi senza una parola ma tutti e due con più rabbia che rimpianto,
come i bambini che si fan dispetti a scuola, come due vecchi che si sono amati tanto.
Poi ho provato a rintracciarlo dappertutto, chiedendo a più d'un dirigente supponente,
telefonando all'Arci-caccia, all'Arci-tutto, ma di Keaton sembra non sia rimasto niente.
Se se ne parla è nel ricordo di un momento, qualcuno dice che l'ha visto, ma lontano,
e tutti, tutti con un gran sorriso spento come per dire: "Era un ragazzo troppo strano".
Ah, Keaton, Keaton, che fine hai fatto, Keaton?
Se mi vedessi col mio trench stile Bogart, Keaton, sotto la pioggia che ti vengo a cercare...
Keaton, ah, Keaton, perché mi manca, Keaton, questa notte mi manca la tua voglia
di star qui a suonare.
E finalmente un chissà chi non mi delude, forse però, non sa, probabilmente,
è in una provincia lontana come una palude dai nostri discorsi di suonare fra la gente;
una provincia come una sconfitta, meno che essere una minoranza dignitosa,
e una palude è certo troppo fitta di voli di zanzara per suonarci qualche cosa.
Lo trovo e sembra che non sia più Keaton anche se è contento di vedermi.
"Sembrava facile toccarlo con un dito - dice - ma il cielo ci ha voluto tutti fermi".
E finalmente ride, ma ride tanto ed è ingrassato e giura troppo che non sta poi male,
il jazz ormai se l'è dimenticato: ci son parole, tempi e ritmi anche dentro un ospedale.
E nel lasciarmi all'inizio della sera: "È come - dice - alla fine del cinema muto,
c'è il sonoro, non serve una tastiera..." Ci salutiamo nel silenzio più assoluto
ed esco fuori con i miei giornali e non ho voglia di ridere per niente,
ho un treno che mi aspetta alla stazione, mi dà fastidio anche il rumore della gente.
Ah, Keaton, Keaton!
Keaton, quello vero,
l'ultima volta che l'hanno visto passeggiava lungo le strade e per il vento di Roma
durante le pause di un film con Franchi e Ingrassia. Aveva in corpo mille litri di alcool,
la faccia la solita, senza allegria; si ubriacava ogni giorno con la troupe borgatara
alla faccia della cirrosi epatica, perché lui ci teneva al suo pubblico, più che al suo fegato,
e gli elettricisti sono gente simpatica; gli urlavano infatti: "anvedi s'è forte 'sto Keaton"
bevendo il bianco misterioso dei colli di Roma
o quello forte del sud che fa assaggiare l'infinito a tutta la gente di bocca buona.